AMERIGO DUMINI
Amerigo Dumini (Saint Louis, 4 aprile 1894 – Roma, 25 dicembre 1967) è stato un militare e criminale italiano, a capo della squadra fascista che ha sequestrato e ucciso Giacomo Matteotti. Nasce negli Stati Uniti, dal pittore fiorentino Adolfo Dumini e da Jessie Wilson, di origine inglese. Benché cittadino statunitense, rientrato in Italia con la famiglia nel 1913 si arruola volontario nel Regio Esercito rinunciando così alla cittadinanza americana. Allo scoppio della Grande Guerra, arruolato nel 19º reggimento artiglieria di campagna, è subito al fronte. Nel 1916 passa volontario nei “Battaglioni della morte” del maggiore Cristoforo Baseggio. Il 29 ottobre 1918, pochi giorni prima della fine della guerra, è gravemente ferito durante un ultimo assalto e quindi ricoverato nell’ospedale militare di Firenze, città nella quale poi si stabilisce definitivamente. È decorato con la medaglia d’argento al Valor Militare.
Partecipa, nell’ottobre 1919, all’apertura della prima sede fiorentina dei Fasci italiani di combattimento e subito si distingue per una serie di azioni punitive particolarmente violente e sanguinose contro esponenti socialisti, camere del lavoro e sedi sindacali.
È presto attivo anche all’estero: nel 1923 è in Jugoslavia, dove si occupa di traffico d’armi e da dove viene espulso; poi in Francia, con l’incarico di spiare i fuoriusciti italiani e dove lascia dietro di sé una scia di fatti delittuosi. Emilio Lussu ricorda, nel libro Marcia su Roma e dintorni, che amava presentarsi dicendo: «Dumini, nove omicidi!».
Appena due giorni dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti Dumini è arrestato a Roma, il 12 giugno 1924, alla stazione Termini mentre si accinge a fuggire. Tra il 16 e il 24 marzo 1926 si svolge a Chieti il primo processo contro Dumini e le altre persone implicate nell’omicidio: riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale, è condannato a cinque anni, undici mesi e venti giorni, di cui quattro condonati in seguito all’amnistia generale del 1926.
Uscito di prigione, inizia la carriera di ricattatore, pretendendo dal partito premi, ricompense e il pagamento delle spese processuali; fa sapere di avere affidato a uno studio legale statunitense un Memoriale nel quale inchioda i vertici del regime fascista. Poco dopo la sua scarcerazione si presenta alla presidenza del Consiglio pretendendo di parlare con Mussolini: «Sono qui per lavarmi dal sangue di Matteotti». Il Tribunale di Viterbo lo condanna, il 9 ottobre 1926, a quattordici mesi di detenzione per porto abusivo d’armi e oltraggio a Mussolini. Nel 1927 è di nuovo libero, per grazia sovrana, e su proposta del capo della polizia Arturo Bocchini nella primavera del 1934 si trasferisce in Cirenaica; qui si dà all’attività di imprenditore agricolo e commerciale, ricevendo ingenti finanziamenti dal governo italiano. Quando scoppia la Seconda guerra mondiale è in Africa, dove viene catturato nel 1941 dai britannici che lo condannano a morte per spionaggio. Dumini va davanti al plotone d’esecuzione e viene colpito con 17 colpi che però non bastano a ucciderlo; riuscirà a fuggire nell’oscurità in Tunisia (Diciassette colpi è, appunto, il titolo nella sua autobiografia).
Tornato in Italia, Benito Mussolini lo accoglie come un miracolato e gli concede l’ennesimo assegno mensile. Il 18 luglio 1945 è arrestato a Piacenza e nuovamente rinviato a giudizio, quando viene riaperto il processo per l’omicidio Matteotti. Il 4 aprile 1947 è riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e condannato all’ergastolo, immediatamente commutato in 30 anni di reclusione per via dell’amnistia Togliatti. Dopo sei anni, è scarcerato per l’ulteriore amnistia concessa dal governo Pella nel 1953 e poi graziato definitivamente nel 1956. Muore a Natale del 1967, a 73 anni, in seguito a un incidente domestico.
AUGUSTO MALACRIA
Augusto Malacria (Caserta, 6 settembre 1888 – Cirenaica, marzo 1934), componente della Ceka fascista che, guidata Amerigo Dumini, rapisce e uccide Giacomo Matteotti il pomeriggio del 10 giugno 1924, è l’autista della Lancia Kappa a bordo della quale si consuma il delitto. All’esito del primo processo di Chieti del marzo del 1926 non è ritenuto responsabile dell’assassinio di Matteotti, peraltro derubricato a omicidio preterintenzionale. Con l’applicazione dell’amnistia entrata in vigore il 31 luglio 1925, Malacria è libero dal 25 agosto e si trasferisce prima Novi Ligure poi, dal 1928 in Cirenaica, dove sarà raggiunto da Amerigo Dumini e dove muore in circostanze non precisate nel marzo del 1934.
BENITO MUSSOLINI
Benito Amilcare Andrea Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945), politico, giornalista e Capo di Stato, è il fondatore del fascismo ed è stato presidente del Consiglio del Regno d’Italia dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Dal gennaio 1925 assume poteri dittatoriali, instaurando un regime totalitario, e dal dicembre dello stesso anno il “Duce” è capo del governo primo ministro segretario di Stato. Dopo la guerra d’Etiopia, aggiunge al titolo di Duce quello di “Fondatore dell’Impero” e diventa Primo Maresciallo dell’Impero il 30 marzo 1938. È stato a capo della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 25 aprile 1945.
Dopo una giovinezza tumultuosa, diviene esponente di spicco del Partito Socialista Italiano ed è nominato, nel 1912, direttore del quotidiano di partito «Avanti!». Convinto anti-interventista negli anni della guerra italo-turca e in quelli precedenti la Prima guerra mondiale, nell’ottobre del 1914 si dichiara a favore dell’intervento in guerra, in netto contrasto con la linea del partito. Si dimette dalla direzione dell’«Avanti!» e fonda «Il Popolo d’Italia», schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal Partito socialista.
Nell’immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la “vittoria mutilata”, fonda a Milano i Fasci italiani di combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presenta al Paese con un programma politico nazionalista, antisocial-comunista e autoritario. Negli stessi anni, segnati da una forte instabilità politica, da una profonda crisi economica e dai fermenti sociali del “biennio rosso”, Mussolini organizza il movimento fascista come una milizia armata pronta a reprimere sistematicamente con la violenza i moti di protesta di operai e contadini e a contrastare le conquiste sindacali nel mondo del lavoro.
Forzando la mano alle istituzioni, che di fatto sostengono la violenza fascista ormai dilagante, Mussolini consolida il potere personale e quello del suo movimento con atti di squadrismo e d’intimidazione politica che culminano, il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma, a seguito della quale ottiene dal re Vittorio Emanuele III l’incarico di costituire il suo primo governo.
Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaura nel gennaio 1925 la dittatura, risolvendo con forza una situazione divenuta critica dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolida il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito. L’11 febbraio 1929 stipula i Patti Lateranensi con la Santa Sede. Negli anni successivi porta a termine la riconquista della Libia (1922-1932) e intraprende la conquista dell’Etiopia (1935-1936), appoggia militarmente i franchisti nella guerra civile spagnola (1936-1939) e si avvicina alla Germania nazionalsocialista di Adolf Hitler. Nel 1938 promulga le leggi razziali. Nel 1940, ritenendo ormai prossima la vittoria della Germania, decide l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. In seguito alle sconfitte subite dalle forze armate italiane e allo sbarco degli Alleati in Sicilia, Mussolini è messo in minoranza dal Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943 e arrestato. Liberato dai tedeschi, instaura nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. Nell’aprile del 1945, tentando la fuga verso la Svizzera, viene catturato dai partigiani a Dongo, sul lago di Como, e fucilato.
AMLETO POVEROMO
Amleto Poveromo (Lecco, 15 dicembre 1893 – Parma, 20 giugno 1953) è stato un criminale italiano, componente della banda fascista che ha rapito e ucciso Giacomo Matteotti. Di professione macellaio, è arruolato nella Prima guerra mondiale. Terminato il conflitto aderisce allo squadrismo lombardo e milanese. Fa parte della Ceka fascista, la squadra che sequestra e uccide Giacomo Matteotti il 10 giugno 1924. Processato a Chieti nel marzo del 1926 viene condannato a cinque anni, undici mesi e venti giorni di detenzione, successivamente in gran parte amnistiati.
Si trasferisce in seguito in Eritrea, dove apre un’impresa di trasporti. Processato nuovamente per il delitto Matteotti nel 1947 è condannato all’ergastolo, poi commutato nella pena di 30 anni. Muore in carcere a Parma nel 1953, all’età di 59 anni.
VELIA TITTA MATTEOTTI
Velia Titta, ultima di sei figli, nasce a Roma (o a Pisa, secondo alcuni) il 12 gennaio 1890 e qui muore a 48 anni, il 5 giugno 1938, dopo un intervento chirurgico. È stata poetessa e romanziera. Nel 1900 il padre, artista irrequieto di idee anarchiche, lascia la famiglia per convivere con un’altra donna; la madre, molto religiosa, muore nel 1904, quando Velia era appena quattordicenne. Si occupa della sua formazione il fratello Ruffo, di tredici anni maggiore, baritono famoso con il nome di Titta Ruffo. Già nel 1908 aveva pubblicato raccolte di versi, È l’alba e Primi versi, che risentono di influenze pascoliane e dannunziane. Nel 1920 esce, per i tipi della casa editrice Fratelli Treves di Milano, il romanzo L’idolatra, pubblicato con lo pseudonimo di Andrea Rota, che ottiene una buona critica. Lavorerà poi a un altro romanzo, senza però portarlo a termine. Sposa Giacomo Matteotti l’8 gennaio del 1916 e dal matrimonio nasceranno i tre figli Giancarlo, Gianmatteo e Isabella. Dopo l’assassinio del marito trascorre gli anni della vedovanza tra Fratta Polesine, con i figli e la suocera Isabella Garzarolo, e Roma.
GIUSEPPE VIOLA
Giuseppe Viola (nato a Milano, il 27 dicembre 1896) è un ardito con un passato militare di “caimano del Piave”. I Caimani del Piave (o Caimani Neri del Piave) erano un reparto di fanteria di marina, composto da nuotatori addestrati per attraversare i fiumi a nuoto allo scopo di condurre ricognizioni, azioni di sabotaggio o portare ordini, impiegato da parte italiana durante la Prima guerra mondiale sul fronte del Piave.
Già condannato per rapina e per diserzione era stato amnistiato nel 1919. Nel corso del sequestro del 10 giugno è sul sedile posteriore dell’auto accanto a Matteotti. Al processo di Chieti del marzo del 1926 è assolto per non aver commesso il fatto e, grazie all’applicazione dell’amnistia entrata in vigore il 31 luglio 1925, insieme a Malacria è immediatamente libero. Alcune fonti lo danno, in seguito, per espatriato. All’atto del processo di revisione del 1947 risulta latitante; è condannato in contumacia all’ergastolo, pena commutata in 30 anni di reclusione.
ALBINO VOLPI
Albino Volpi (Lodi, 21 settembre 1889 – Milano, 7 agosto 1939), probabilmente l’assassino materiale di Matteotti, che uccide con un fendente al costato, è anche lui un “caimano del Piave, che di notte attraversa il fiume per sabotare e assalire le linee austriache. Il ministro degli Interni generale De Bono dirà di lui: «in guerra Volpi vale tanto oro quanto pesa».
Una (falsa) testimonianza di Mussolini in un processo del 1920 lo salva da una condanna per omicidio. Ebanista, è invalido di guerra. Presidente dei seicento Arditi di Milano, cura gli affari dell’associazione.
Al processo di Chieti del marzo del 1926 per attenuare le sue responsabilità sosterrà di essere stato colpito da un attacco di ulcera; riconosciuto colpevole, insieme a Dumini e a Poveromo, di omicidio preterintenzionale è condannato alla pena di cinque anni, undici mesi e venti giorni di detenzione, successivamente in gran parte amnistiati. Il 31 ottobre 1926 è a Bologna durante la visita di Mussolini, quando si verifica l’attentato di Anteo Zamboni, vittima del linciaggio cui partecipano anche Volpi e la sua squadra. Mussolini lo aiuta in seguito ad avviare un’attività commerciale a Milano, della quale Volpi si occupa fino alla morte. Al suo funerale spicca una corona di fiori del duce.