L’istruttoria e il processo di Roma

Roma. La Sala Alessandrina nel complesso di S. Ivo alla Sapienza

Mentre l’Italia è ancora impegnata nella guerra di Liberazione e la linea del fronte risale lentamente la penisola, il Decreto Luogotenenziale del 27 luglio 1944 n. 159 rende potenzialmente nulle le sentenze di condanna superiori ai tre anni emesse in epoca fascista. Vent’anni dopo i fatti, il fascicolo del delitto Matteotti viene così riaperto.

Il 6 novembre 1946, a pochi mesi dalla proclamazione della Repubblica, la Corte di Cassazione dichiara inesistente la sentenza nel 1926, atto preliminare alla celebrazione del nuovo processo, che si tiene presso la Corte d’Assise d’Appello di Roma, in quegli anni ospitata nella Sala Alessandrina del complesso di S. Ivo alla Sapienza, in seguito sede dell’Archivio di Stato di Roma.

Davanti alla Corte compaiono Francesco Giunta, Cesare Rossi, Amerigo Dumini, Giuseppe Viola, Filippo Filippelli e Filippo Panzeri.

Mancano all’appello Albino Volpi, morto nel 1939, e personaggi di rilievo come Emilio De Bono e Giovanni Marinelli, fucilati a Verona l’11 gennaio nel 1944 per alto tradimento, avendo votato a favore dell’ordine del giorno Grandi il 25 luglio del 1943. In sede di rinvio a giudizio è accolta la requisitoria del procuratore generale Spagnuolo del 27 marzo 1946 nella parte in cui dichiara il non doversi procedere a carico di Mussolini Benito per estinzione del reato “a causa del decesso del prevenuto”.

Anche in questo procedimento gli eredi Matteotti (Velia è deceduta il 5 giugno del 1938) non si costituiscono parte civile.

Il 4 aprile 1947 la Corte d’Assise di Roma, presieduta da Arturo Erra, emette la nuova sentenza e la pena è adeguata al crimine: sono condannati all’ergastolo Dumini, Poveromo e Viola, quest’ultimo contumace. Per gli altri imputati la Corte dichiara di non doversi procedere per effetto del provvedimento di amnistia da poco adottato.

La pena è in seguito commutata in trent’anni di reclusione, che non saranno mai scontati. Amleto Poveromo muore nel penitenziario di Parma il 20 giugno nel 1953 mentre Dumini, per effetto prima dell’amnistia Togliatti e poi del provvedimento del governo Pella, torna in libertà nel 1956. Morirà nella propria casa il giorno di Natale del 1967.

L’Archivio di Stato di Roma conserva la documentazione riguardante i processi relativi all’omicidio dell’onorevole Giacomo Matteotti, consistente in 12.606 carte, e ordinata in due fascicoli processuali. Il primo riguarda il processo celebrato dinanzi alla Corte d’Assise di Chieti, nel 1926, comprendente la fase istruttoria avviata nel 1924 a Roma; il secondo, il nuovo processo, svoltosi a Roma nel 1944-1947.

Gli incartamenti rivestono un’assoluta rilevanza, tra le fonti contemporanee, per la ricostruzione del delitto e del suo contesto e documentano non soltanto la fase dibattimentale, ma anche quella istruttoria, in cui furono raccolti e vagliati i più minuti indizi con le tecnologie sperimentali allora a disposizione della neonata Scuola di polizia scientifica. La complessa vicenda del fascicolo processuale, passato da Roma a Chieti, poi tornato a Roma e versato all’Archivio di Stato nel 1940 e quindi riaperto nel 1944, è riflesso e testimonianza del sovvertimento della procedura penale ordinaria e della eccezionalità del caso dal punto di vista sia storico-politico che giudiziario.