Il processo di Chieti
L’Archivio di Stato di Chieti detiene la documentazione relativa al processo che si tenne nella città teatina dal 16 al 24 marzo del 1926 e che vide imputati Amerigo Dumini e gli altri esecutori materiali dell’assassinio di Giacomo Matteotti: Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, tutti i membri della cosiddetta “Ceka fascista”, banda criminale al servizio del regime.

La decisione di spostare il procedimento dalla sua sede naturale, Roma, era stata presa il 21 dicembre del 1925 dalla Prima Sezione penale della Corte di Cassazione che aveva accolto l’istanza avanzata dal rappresentante dell’accusa presso la Corte d’Appello di Roma, che aveva espressamente richiesto la remissione del procedimento per “gravi motivi di pubblica sicurezza”.
In vista del processo la città abruzzese viene letteralmente blindata e sottoposta a una severa sorveglianza di polizia. Il capo del governo Benito Mussolini dà precise disposizioni perché il processo non sia accompagnato da manifestazioni politiche, nemmeno a favore del regime, ma l’intento di spoliticizzare il procedimento è in parte disatteso da Roberto Farinacci, che ha assunto la difesa degli imputati. Lo stesso Farinacci il 22 marzo scrive al Duce: “Il processo è diventato politico? Ma questo lo si sapeva da tempo; altrimenti non sarei a Chieti”.
Che non sarà fatta giustizia è chiaro anche alla vedova di Matteotti, Velia, che scrive al presidente del Tribunale e tramite l’avvocato Giuseppe Emanuele (Menè) Modigliani rinuncia a costituirsi parte civile. Nel procedimento gli interessi della famiglia saranno rappresentati dall’avvocato Pasquale Galliano Magno.
Il 24 marzo, sei giorni prima del termine fissato da Mussolini, il presidente Danza legge il verdetto. Dei cinque imputati due, Malacria e Viola, vengono assolti per non aver commesso il fatto; Dumini Volpi e Poveromo sono riconosciuti responsabili di omicidio preterintenzionale e condannati a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di reclusione, oltre che all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Le pene sono ulteriormente ridotte in virtù dell’applicazione dell’articolo quattro del decreto di Amnistia e indulto del luglio 1925 e dopo poche settimane i condannati sono in libertà. Oltre agli Atti processuali, l’Archivio di Stato di Chieti conserva e ha digitalizzato i rapporti di polizia e prefettizi che costituiscono un’importante documentazione delle misure assunte dalle autorità nel corso del 1926 prima, durante e dopo lo svolgimento del processo in Corte di Assise.